Imperativo: mettere giovani professori siciliani dentro le scuole siciliane!

Immaginate di essere un’azienda. Adesso immaginate di investire nella formazione di un vostro giovane dipendente: gli pagate corsi di specializzazione, attendete la sua maturazione professionale e umana. Poi immaginate – dopo questo esborso economico e di tempo – che questo dipendente, giovane e formato, vada in un’altra azienda e che torni quando avrà 50 anni, demotivato e restio al cambiamento e al miglioramento.

E’ esattamente quello che succede in Sicilia con la scuola. Mi spiego meglio. Chi fa parte della generazione nata tra gli anni Ottanta e Novanta, causa benessere economico, ha dovuto giocoforza alzare la sua asticella quindi un corso universitario non si negava a nessuno. I laureati, specie nelle materie umanistiche, sono cresciuti a dismisura ma l’Isola – che di umanistico ha tantissimo ma che nei fatti offre la solita merda di precariato sfruttato – non offre nulla. Per cui, come da tradizione, si vira sul pubblico visto che il privato latita (e umilia nella maggior parte dei casi).

Il risultato è che per i giovani siciliani laureati è iniziata la corsa alla cattedra: per scelta, ma in tanti per costrizione, hanno imboccato la strada dell’insegnamento fatta di corsi a pagamento, crediti da acquistare, specializzazioni da prendere, precariato nelle scuole pubbliche e private.

Una corsa che, da un punto di vista, potrebbe essere un bene. Nella terra in cui un alunno su cinque abbandona la scuola dopo le medie avere una iniezione di giovani professori entusiasti e volitivi sarebbe una manna dal cielo.

Parliamo di dati scoraggianti: nel 2020, secondo l’Istat, la dispersione scolastica è arrivata al 19,4% ben oltre la media nazionale del 13 e con il dato peggiore d’Italia.

Invece i giovani e volitivi professori siciliani dove vanno a portare le loro energie e i loro soldi? Come sempre al Nord Italia! Infatti ottenere una cattedra è molto più semplice nella popolosa Lombardia, in Piemonte, in Emilia Romagna.

Così la Sicilia – che ha speso soldi nella formazione delle professionalità – non ne beneficia ed esporta materia prima preziosa altrove in attesa di un loro ritorno. Le scombiccherate leggi che regolamentano il mondo scolastico cambiano dall’oggi al domani ma la certezza per questi docenti è quella di dover emigrare per sopravvivere in case malmesse e carissime, lontani dai loro affetti e in un precariato lunghissimo e sfiancante.

Avrebbero una maggiore passione, volontà e impegno in Sicilia? Molti sì, molti altri no e sceglierebbero di rimanere lontano dalla terra aguzzina e maledetta. Ma senza scuola, senza formazione la Sicilia continuerà a fare passi indietro, uno dopo l’altro e cadrà nel precipizio.

Allora caro ministro dell’Istruzione vuole davvero fare qualcosa per la Sicilia? Chiami a raccolta tutti i professori siciliani sparsi per lo Stivale e li metta nelle nostre scuole. Faccia il tempo pieno, li chiami per fare corsi di recupero, apra le scuole tutto il giorno, anche ventiquattro ore se necessario. Metta a sistema il capitale umano che perdiamo e vedrà che le giovani generazioni, tra vent’anni, la ricorderanno come l’uomo (o la donna) che fece rinascere la Sicilia.

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