La mia città

«Invece la mia città mi fa disperare con il suo continuo mutare credendo di progredire. Non è possibile andare a cercare in una strada abituale un negozio o una bottega di artigiano che vi fu per lungo tempo. Un arrotino che si era abituati a vedere curvo sulla macchina del suo antro semibuio, in capo a un ponte, si è trasferito in altra strada con maggiore disponibilità di macchine, di merci e di luminose attrazioni. Un vecchio che aggiustava tanto bene tutti gli apparecchi quando si guastavano e lasciava sulla porta un cartello, se era assente, per avvertire che sarebbe tornato subito, è scomparso. Forse è morto; certo la sua bottega non esiste più, è uscito e non è più tornato e nessuno ha pensato di sostituirlo. Un’osteria placida per le sue luci, è sparita, la padrona che aveva un sorriso gioviale nell’accogliere il cliente ha venduto tutto e vive oziosa assieme a una figlia che si è sposata. L’altro giorno ho avuto appunto l’occasione di rivederla e mi pareva venisse da una emigrazione lontana, tanto era mutata da quando appariva al banco contro lo scenario delle botti lucenti. Un caffè ospitale, con belle poltroncine di velluto rosso per radunarci tra amici quando si aveva voglia di conversare, è stato annullato del tutto e trasformato in un grande negozio di occhiali. I caffè e le pasticcerie della città, dove le signore si davano convegno nel pomeriggio per orientare il loro spirito di società, non esistono più. Tutti sono stati trasformati in bar all’americana, dove si entra per prendere qualcosa rimanendo in piedi e per fuggire subito».

Giovanni Comisso

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